Come si diventa un adulto felice?

Sono sicura che Pollyanna la conosciate tutte, vero? Pollyanna era quella bimbetta sfigatella, rimasta orfana di entrambi i genitori, e costretta a vivere con la rigida zia tra mura di silenzio e malinconia, amica di malati e vecchi. Pollyanna riesce ad affrontare tutte le difficoltà della vita con “il gioco della felicità” insegnatole dal padre, un modo per vedere gli aspetti positivi in ogni situazione. Da bambina adoravo Pollyanna, mi faceva pensare che tutto nella vita sarebbe andato – in qualche modo – bene. Se a questo aggiungiamo una delle frasi che circolava più spesso in casa mia “solo alla morte non c’è rimedio” questo vi fa capire come abbia sviluppato un indomito senso dell’ottimismo. Poi scopro, alla veneranda età di 32 anni, che la psicologia ci ha addirittura associato una sindrome a questo personaggio della letteratura: la sindrome di Pollyanna o “ottimismo idiota”, rovesciando di fatto la percezione della storia.

La cosa, come potrete capire, mi urta particolarmente i nervi. Estrema ratio: che due palle. A me Pollyanna è sempre sembrata una figura positiva, un modello, magari estremo, però un bell’esempio per affrontare le avversità delle vita. Ancora oggi, quando mi trovo in difficoltà, penso a lei e mi dico: cosa farebbe Pollyanna al mio posto? Sono forse pazza? Certamente, con tutti i difetti che ho, non mi sento nè un’idiota, nè una persona ottusa. E mi pareva fosse una bella storia da raccontare ai miei figli, una proposta educativa e di crescita. Che poi non è neanche il “porgi l’altra guancia” di cristiana memoria, ma un sistema da attivare alla bisogna, una sorta di esercizio per trovare una soluzione, laddove sembra che non ce ne siano. In questo momento così difficile, di crisi economica e culturale, mi pare che ci sia necessità di modelli positivi, non credete?

come si insegna la felicità ai bambini

L’altra sera al tg sentivo dell’ennesimo episodio di omicidio-suicidio, il classico caso di femminicidio. La notizia è stata presentata così: ammazza la moglie per gelosia. Poi si scopre che aveva perso il lavoro, aveva inziato a bere, e da quel momento era diventato ossessivo e violento. Ora, non vorrei fare della psicologia spicciola, però la cosa mi ha portato ad una riflessione. Non è che la vera causa di tutto sia proprio la perdita del lavoro? Mi sono messa un attimo nei panni di quel disgraziato: perdo il lavoro, sono disperato, mi sento un omuncolo e non so che fare, inizio a bere ed entro nel tunnel dell’alcol, comincio a pensare al perchè mia moglie dovrebbe voler stare ancora con me, sicuramente mi vede come mi vedo io: un fallito. Deve avere un altro. A disperazione, si somma disperazione. E la disperazione diventa follia. In fondo, “il lavoro nobilita l’uomo”, gli dà dignità, certezze, speranza. Forse, varrebbe la pena ampliare la riflessione sul modello sociale che abbiamo creato. E qui torniamo a Pollyanna, forse se quell’uomo l’avesse conosciuta, beh, forse avrebbe provato a cercare meglio le proprie ragioni di felicità, magari avrebbe cercato una soluzione costruttiva, anzichè distruttiva.

Non lo so, mi pare si faccia di tutto per girare in negativo tutta la bontà del mondo. Pare che ad essere buoni, si passi automaticamente ad imbecilli. È un problema sociale, voi non credete? Ho letto un libro, tempo fa, del giornalista canadese Marc-Yvan Coulombe “Il coraggio della bontà”, di cui mi piace soprattutto l’aspetto coraggioso dell’essere buoni, che non vuol dire buonisti, vuol dire mettersi nella condizione di essere felici. Secondo voi, da dove passa la felicità?

 

 

6 thoughts on “Come si diventa un adulto felice?

  1. La felicità passa da questo blog.
    E fatti dire, da un altro psicologo, che il voler fissare questo modo di vivere la vita in una categoria che si definisce “idiota”, fa proprio parte dell’esigenza dell’essere umano che, atavicamente, cerca punti fissi. “Quel che non comprendo, dunque, va connotato”.
    Continuala a vivere così la vita, continua a credere che la via di uscita sia sempre a portata di mano. O, almeno, provaci.
    Perché, in ogni occasione, a sorridere ci si impiega lo stesso tempo che a non farlo. Solo, è più difficile. E chi non riesce, la chiama sindrome.
    Per te:
    I see the sun – incognito

  2. La felicità è qualcosa che abbiamo. Il vero segreto è nel riconoscerla. Quanto all’etichettamento… sono quelle terribili credenze che ci rovinano l’esistenza. Ma c’è rimedio. Con un pò di allenamento e di sane riflessioni come questo post qualcosa accade.
    Vero quando dici che a esser buoni si passa per imbecilli… ma la leggerezza e il sorriso non sono superficialità, sono consapevolezza che ai mali del mondo – e ai propri – si risponde con l’energia postiva, non con altri mali. E questo fa sempre la differenza… 🙂

    Detto questo…da giornalista confesso di non vedere più il tg! Troppe brutture all’ora dei pasti!

Mi piacerebbe sapere cosa ne pensi tu, lascia il tuo commento :)